Quell’Isis a due passi da noi

isis“Tripoli, bel suol d’amore, ti giunga dolce questa mia canzon! Sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon!”. Cominciava così la canzone scritta da Giovanni Corvetto, su musica di Colombino Amore, che i soldati italiani ascoltavano dalla voce di Gea della Garisenda durante la Guerra di Libia del 1911. E da allora il paese nordafricano entra, esce e rientra nella nostra storia. Dal 1940 al 1943 durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1970 quando appena giunto al potere il colonnello Gheddafi prima confiscò i beni degli italiani residenti e poi li espulse, nel 1976 quando la Libyan Arab Foreign Bank entro in Fiat con il 9,09% (quota che salì rapidamente allo 13,04%), nel 2009 con gli incontri tra Gheddafi e Berlusconi e il patto di amicizia tra i due Paesi, nel 2011 quando l’Italia partecipò alla coalizione internazionale che abbattè Gheddafi.

Adesso, anche più della crisi del 1970, le cose sembrano essere diventate tremendamente serie. È chiaro, alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni, che l’eliminazione di Gheddafi fu un grave errore strategico. Potrà essere stato un dittatore – secondo i canoni occidentali ma non per quelli arabi – ma era certamente uno che aveva interesse a dialogare con l’Europa ed essendo fondamentalmente laico era un vero e proprio baluardo contro il fondamentalismo. Dopo la sua caduta la Libia è sprofondata nel caos e gli occidentali si sono quasi del tutto disinteressati delle sue sorti finché non sono giunti notizie e proclami dell’Isis. Gli uomini del califfato, che ha già ottenuto conquiste significative in Siria e Iraq, hanno recentemente proclamato: «Prenderemo Roma, spezzeremo le vostre croci, renderemo schiave le vostre donne». Un messaggio che era stato diffuso alcuni mesi fa, e che è stato rilanciato nei giorni scorsi, al quale si è aggiunta un’altra minaccia: «L’Isis non vi aveva dichiarato guerra, come i vostri mezzi di informazione vi hanno fatto credere. Voi ci avete attaccato e ora la pagherete. La pagherete con la paura di viaggiare, di camminare per strada».

Il problema, se mai realmente esiste, è che quando la minaccia fu lanciata la prima volta lo ha fatto dalla Siria, adesso lo fa dalla Libia che è molto più vicina all’Italia.
Matteo Renzi ha avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Al centro del colloquio la lotta contro il terrorismo, con particolare riguardo alla situazione libica e ai passi politici e diplomatici, nel quadro del Consiglio di sicurezza Onu, per riportare sicurezza e pace nel Paese. «Non è il momento per l’intervento militare – ha detto il premier italiano – apprezzo molto che su politica estera non ci siano divisioni tra i partiti. Vedremo che fare quando sarà il momento ma è bene che su una situazione di politica estera delicata il paese non si metta a litigare».

Intanto i caccia della Giordania, dell’Egitto e del legittimo Governo libico bombardano ovunque le postazioni dell’Isis mentre le milizie kurde contendono ai fondamentalisti il territorio palmo a palmo.
La buona notizia, in tutta questa vicenda è che in Libia il generale Abdullah al-Thani e un altro generale, al Sisi, in Egitto stanno facendo di tutto per sdradicare califfato e fondamentalismo.
Per una volta tanto, pensando anche a Kemal Ataturk che laicizzò la Turchia, moderna, democratica e pronta ad entrare nell’Unione europea, possiamo dire: bravi i generali.

Mat

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