Je suis kenyan vale meno di Je suis Charlie

Je suis kenyan«Dal Signore risorto oggi imploriamo la grazia di non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma di avere il coraggio umile del perdono e della pace. A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso. Ce ne sono tante! Pace chiediamo anzitutto per l’amata Siria e per l’Iraq, perché cessi il fragore delle armi e si ristabilisca la buona convivenza tra i diversi gruppi che compongono questi amati Paesi. La comunità internazionale non rimanga inerte di fronte alla immensa tragedia umanitaria all’interno di questi Paesi e al dramma dei numerosi rifugiati. Pace imploriamo per tutti gli abitanti della Terra Santa.

«Possa crescere tra Israeliani e Palestinesi la cultura dell’incontro e riprendere il processo di pace così da porre fine ad anni di sofferenze e divisioni. Pace domandiamo per la Libia, affinché si fermi l’assurdo spargimento di sangue in corso e ogni barbara violenza, e quanti hanno a cuore la sorte del Paese si adoperino per favorire la riconciliazione e per edificare una società fraterna che rispetti la dignità della persona. Anche in Yemen auspichiamo che prevalga una comune volontà di pacificazione per il bene di tutta la popolazione. Nello stesso tempo con speranza affidiamo al Signore che è tanto misericordioso l’intesa raggiunta in questi giorni a Losanna, affinché sia un passo definitivo verso un mondo più sicuro e fraterno. Dal Signore Risorto imploriamo il dono della pace per la Nigeria, per il Sud-Sudan e per varie regioni del Sudan e della Repubblica Democratica del Congo. Una preghiera incessante salga da tutti gli uomini di buona volontà per coloro che hanno perso la vita – penso in particolare ai giovani uccisi giovedì scorso nell’Università di Garissa, in Kenya -, per quanti sono stati rapiti, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa ed i propri affetti. La Risurrezione del Signore porti luce all’amata Ucraina, soprattutto a quanti hanno subito le violenze del conflitto degli ultimi mesi. Possa il Paese ritrovare pace e speranza grazie all’impegno di tutte le parti interessate». Sono queste le parole di Papa Francesco nel giorno di Pasqua con le quali ricorda tutte le guerre che sono in atto nel mondo e tutti i gravi fatti di sangue che hanno visto i cristiani vittime.

Ed a proposito dei giovani di Garissa in Kenya sono in molti che hanno lamentato una certa disattenzione da parte dell’Occidente. Il quotidiano cattolico Avvenire è molto chiaro in questo senso: «Tutti i più seri e accreditati centri di studio, infatti, confermano che l’accanimento contro i cristiani è tratto tipico degli ultimi decenni. Secondo il “Pew Research Center” di Washington, i cristiani sono discriminati in 139 Paesi, ovvero in circa il 75% dei Paesi ufficialmente riconosciuti. Offese, minacce, emarginazione sui luoghi di lavoro, espropri, torture, uccisioni di massa. Come appunto in Pakistan e in Kenya in questi giorni, o come in Siria e in Iraq negli ultimi anni. E a questo proposito: non tutti i Paesi persecutori sono musulmani, ma comunque lo sono 41 dei 50 Paesi in cui essere cristiano è più pericoloso. Un dato che non può più essere ignorato. Eppure, la mobilitazione internazionale intorno a questa realtà è quasi nulla. Come se i nostri Paesi, molto impegnati nella discussione sul punto fino a cui estendere i diritti “loro”, avessero perso di vista la soglia minima dei diritti degli altri, a cominciare da quello di praticare liberamente la propria fede. Eppure nella persecuzione dei cristiani, come anche i meri dati statistici dimostrano, sta una delle chiavi per affrontare e risolvere, oppure per subire e lasciar incrementare, la vera emergenza del nostro tempo. Sarà impossibile, infatti, costruire un sano rapporto con il mondo islamico senza sciogliere questo nodo. Né avrà senso (e infatti non l’ha avuto) la pretesa di portare la democrazia o il nostro stile di vita se prima non avremo chiarito, anche a noi stessi, che cosa significa in concreto e che cosa comporta in realtà ciò che vogliamo esportare. Non è un caso se, laddove l’occidente è intervenuto in questi anni, la situazione è poi peggiorata. A partire proprio dalla discriminazione violenta dei cristiani che, in larghe parti dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa sono il più affidabile barometro sociale. Possiamo anche provare a ignorare questo nodo terribile e duro, così come i nostri politici e i mass media hanno fatto sinora. Ma allora dovremmo rassegnarci a passare da una crisi all’altra, in una ingiustificabile complicità con l’orrore». Quando ci fu la strage di Charlie Hebdo a Parigi il mondo si indignò e si mobilitò, non si vede alcun motivo perché non debba farlo nuovamente per 148 studenti cristiani del Kenya. Così ha commentato l’imprenditore Flavio Briatore che nel paese africano ha diverse attività: «La reazione che c’è stata per l’attacco all’università in Kenya rispetto a quello a Charlie Hebdo fa vedere che il mondo in generale, è molto meno attento a quanto avviene in Africa». E bisogna dire che ha assolutamente ragione.

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