Matteo Renzi tenta il pigliatutto e chiede nuove elezioni, ma Mattarella risponde “picche”

02 B FotoLa nostra politica è come la storia del giovane principe Jali che, dall’alto del palazzo contemplava il deserto che aveva appena attraversato e, guardando il magnifico tramonto, rifletteva che ci sono due deserti: il primo è uno splendore per l’occhio, l’altro un tormento per i piedi, quando lo si percorre; e i due deserti non si uniscono mai. Esattamente quello che sta avvenendo nei due principali schieramenti italiani. Visti da lontano sembrano (o meglio sembravano) il futuro della nostra politica, che si sarebbe dovuta inserire nella scia delle grandi democrazie bipartitiche come Gran Bretagna, Germania, Francia e Stati Uniti (che, poi, proprio così non sono). Ma le cose non sono andate come qualcuno aveva sperato. E da vicino la situazione non è affatto bella. Colpa, senza dubbio, della “fusione a freddo” che, sulla spinta di circostanze diverse, hanno messo dentro una serie di incompatibilità che sono col tempo esplose.

Il Partito della Nazione ha bisogno di una Cosa rossa alla propria sinistra. In pubblico la sfotte – l’ha chiamata nuovamente «la sinistra a cui piace perdere e fare perdere» – ma in privato ringrazia che ci sia. Se oggi Renzi ha una possibilità di andare al voto anticipato, cioè di realizzare il proprio sogno per nulla segreto, è proprio grazie all’area politica rappresentata da Pippo Civati, Nichi Vendola e dagli altri che lavorano per far sì che, al Senato, il governo non abbia più la maggioranza.

Delle due riforme, quella elettorale e quella costituzionale, era la prima che interessava: fatta. La seconda, ormai, gli interessa soprattutto come casus belli. Se al Senato non ci saranno i numeri per votarla, Matteo Renzi avrà un’ottima ragione per chiedere a Sergio Mattarella di sciogliere le Camere. Ipotesi, raccontano i suoi, che lo alletta moltissimo, perché gli permetterebbe di mettere in scena lo schema che più gli piace, rivolgersi direttamente agli italiani, presentandosi come l’unica salvezza.

La Liguria – è il ragionamento di Renzi – è il laboratorio: se si vince lì, dove il candidato è debole, la sinistra è divisa e il centrodestra marcia incredibilmente unito dietro Giovanni Toti, allora vuol dire che si può tentare un azzardo più grande. Ed è anche questo il motivo per cui Matteo Renzi, all’improvviso, è corso a puntellare la traballante Raffaella Paita e con un blitz si è presentato a Genova per tenere un comizio.

La smania di presentarsi al Quirinale per chiedere il ritorno alle urne è anche la ragione per cui Matteo Renzi non fa salti di gioia dinanzi all’aiuto che, dopo le Regionali, dovrebbe essergli offerto da otto senatori verdiniani e qualche transfuga grillino. Mani tese dinanzi alle quali nicchia e che gli fanno porre tante domande importanti. I nuovi acquisti non arriveranno certo gratis.

Imbarazzi che Matteo Renzi si risparmierebbe chiamando gli italiani alle urne, se potesse. Due gli ostacoli: il primo, Sergio Mattarella.

Renzi è convinto di poterlo aggirare appunto in nome della necessità di dare al Paese un Parlamento in grado di approvare le riforme. Il secondo è la legge elettorale. Lo stesso testo dell’Italicum prevede che esso entrerà in vigore solo nel luglio del prossimo anno. Però, come ammettono fonti parlamentari, per il governo non sarebbe un grosso problema modificare la clausola sull’entrata in vigore della legge elettorale, ci sarebbe bisogno del voto di Camera e Senato, ma si tratterebbe di soffrire una volta sola.

Grazie ai cento capilista bloccati e al premio di maggioranza, la Camera dei deputati che uscirebbe dal voto sarebbe fatta su misura per Renzi: dentro tutti i suoi, rottamati quasi tutti gli altri. E al Senato, sul quale l’Italicum nulla dice? Alcuni Dem hanno già proposto di estendere la nuova legge a palazzo Madama, ma è difficile che un simile disegno possa andare in porto. Renzi potrebbe comunque accontentarsi del Consultellum, la legge oggi in vigore. È un proporzionale con soglia di sbarramento all’8% per le liste e al 20% per le coalizioni. Non darebbe al Pd la maggioranza dell’aula, ma dovrebbe andarci vicino. E il giorno dopo il voto, con l’opposizione interna disintegrata e l’aula di Montecitorio controllata da un uomo solo, ci sarebbe la fila per soccorrere il vincitore. A prezzi probabilmente più bassi di quelli di oggi. Ah, volevo dire, infine, che la riflessione del principe Jali è descritta nel libro “The Near and the Far” di Leopold .Hamilton Myers uno scrittore inglese morto suicida negli anni ’40, pare con una dose eccessiva di “veronal”.

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