Gli italiani di Leopardi rivisti da Elio Gimbo, dal 15 al 24 maggio alla Sala Hernandez

Discorso sugli Italiani

Giuditta e Oloferne

Gli italiani di Leopardi rivisti dalla penna e dalla creatività di Elio Gimbo della Compagnia Fabbricateatro andrà in scena alla Sala Hernandez, in via San Lorenzo 4 a Catania, da venerdì 15 maggio a domenica 24 con Sabrina Tellico, Daniele Scalia e Tommaso Mirabella. Una prima e cinque repliche tutte alle 21 che promettono di far riflettere. Il “Discorso sullo Stato presente dei costumi degli italiani” è un’opera minore di Giacomo Leopardi, un trattatello del 1824 – afferma Gimbo nelle note di regia – dove un Leopardi ventiseienne esercita una prosa straordinaria per scorrevolezza e sottile umorismo, sui comportamenti – pubblici e privati – diffusi nella società italiana. Poche decine di pagine, date alle stampe tardivamente, ma che inducono vertigine, perché quell’assenza di spirito pubblico che balzava all’occhio del giovane poeta, decenni prima dell’unità d’Italia, è la stessa che ipoteca il nostro presente. Più che i vizi antichi d’un popolo in difetto di legame sociale, è infatti il vuoto di costumi, di comportamenti improntati a un’etica condivisa, il vero oggetto della riflessione di Leopardi.

Sabrina Tellico in "Discorso sugli italiani"

Sabrina Tellico in “Discorso su noi italiani”

«Per esso gli italiani vivono una profonda contraddizione: da un lato, grazie al loro cinismo, manifestano un primato di modernità nell’aver individuato per primi l’«infinita vanità del tutto»; ma da questa superiorità iniziale ne discende una pesante inferiorità, quale maggiore immoralità.

Leopardi non parla mai di popolo ma di cittadini e di società civile. La conseguenza di ciò è l’abbinamento automatico, antropologico, fra popolo e principi fondamentali: scomparsi questi, per opera dei Lumi, è scomparso anche il popolo.

Discorso su noi ItalianiLeopardi traccia un quadro desolato dell’Italia e dei suoi abitanti: troppo disincantati per nutrire illusioni, ma troppo poco civili per farsi guidare dal senso civico, dal dovere, dalla morale; ridotti a essere custodi di un passato glorioso, perché nel presente privi di qualsiasi vitalità. La causa viene individuata nella mancanza di una condivisione di tradizioni, di intenti, di costumi, di mentalità.

Sulla scena ho condensato le inquietudini che sento attraversarci, in una dialettica. Io vedo oggi gli italiani dividersi – continua Gimbo – grosso modo in due gruppi: c’è chi, a torto o a ragione, ha paura dello spettro della povertà e sente bisogno di aiuto, e chi vorrebbe dare una mano ma non sa bene da dove partire; entrambe le posizioni hanno come sfondo un senso d’incertezza.

Da qui parte l’azione teatrale del nostro spettacolo “Discorso su noi italiani”.Naturalmente uno spettacolo, almeno per me, non ha mai solo una faccia, non è mai solo una cosa, esso è, per così dire, un “rituale vuoto”, che ogni singolo spettatore può riempire”.

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