Storia di un brivido che viaggia sulla cronaca di due omicidi

Cara di Mineo (ph beppegrillo.it)

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Due omicidi e non solo. Quel malessere era nell’aria. Lo si sentiva da tempo. Ed eravamo tutti con il naso in su ad aspettare che quello che temevamo accadesse. Dopo tanti anni di sbarchi da tutti i Paesi, in nome di un rifugio politico, era inevitabile che le parole sorseggiate con il caffè al bar si trasformassero in pietre.
Tutto è iniziato con l’omicidio di Biancavilla. Una coppia di anziani aggredita in casa: lei legata, lui ucciso a bastonate. E nella gente che leggeva la notizia un fremito attraversava la schiena e, con lui, il sospetto su chi fosse stato, sul perché, su quanto saremmo stati sicuri a dormire “al sicuro” a casa nostra, noi o i nostri parenti. Perché quello non è un delitto che appartiene al nostro modo di vivere. Certo qualcuno entra in casa per rubare, ma da qui a uccidere ne passa. Non è come sulla costa Adriatica qui da noi, lì succede da tempo anche se non è un motivo per farci il callo. Però no, qui da noi non succede. Non è mai successo.

Poi la svolta. E in meno di 24 ore quel fremito lascia il posto a una sorta di accettazione: era stata la moglie, Vincenzina Ingrassia – dopo anni di violenze, ha detto agli inquirenti – a uccidere il marito, Alfio Longo. Da delitto efferato e di strada, quello della coppia di Biancavilla diventa una più “normale” violenza familiare. Le cose cambiano e i sentimenti pure. E c’è pure chi fa il tifo per Vincenzina, “Speriamo che le accordino tutte le attenuanti” commenta qualcuno al bar anche se quella coppia qualcosa da nascondere l’aveva: armi e droga in casa tanto per fare un esempio. Ma non è quello il punto, il vero problema – in quel momento scongiurato – è che quello era un delitto possibile e accettabile dalla nostra mente e dalla nostra cultura.
Non sono parole facili da usare. E non ci sono davvero delitti accettabili, questo è chiaro, è la possibilità di intravedere una sorta di legittima difesa da parte di Vincenzina contro quel marito violento a dare un senso, quasi una giustificazione, a quel delitto ed eliminare quel fremito dalla nostra schiena.

Dura un giorno quella sensazione. Solo un giorno. Domenica apre le porte a una notizia assurda: una coppia di coniugi in pensione vengono uccisi nella loro casa di Palagonia. Lui viene trovato dentro casa sgozzato, lei buttata fuori dal balcone e – pare – anche con un’ipotesi di violenza. A condurre la polizia e i carabinieri nella casa dei coniugi Solano è il contenuto di un borsone perquisito a un immigrato mentre rientra al Cara di Mineo. Dentro il borsone trovano un cellulare intestato alla vittima e degli abiti sporchi – si saprà dopo – di sangue. Il ragazzo, appena 18enne, perquisito è un ivoriano sbarcato a Catania neanche tre mesi fa, l’8 giugno. E si chiama Mamadou Kamara.

Quel fremito sulla schiena non ha pace. Ricompare e questa volta non è frutto di una sensazione, ma di un fatto. Perché lui, Mamadou sarà presunto colpevole, ma i due coniugi uccisi non sono presunti per niente.
Neanche a dirlo a due minuti dalla notizia le reazioni di odio verso gli immigrati, tutti, – perché ormai non c’è differenza – sono alla luce del giorno e a poco servono quelle foto (orribili anche loro nel senso e nella sostanza a dire il vero) di bambini spiaggiati che in tanti condividono sulle loro bacheche di Facebook. L’opinione della gente è contro. Contro il Cara. Contro questo modo di gestire gli sbarchi. Contro il dover andare a prendere queste persone fin quasi a casa loro persino se morti. Contro questa politica che si piega ai voleri di chiunque non sia italiano.

Ma soprattutto la gente è contro una concentrazione, assurda, di persone disagiate (migliaia e migliaia) rintanate in una struttura che è la più grande d’Europa ma dalla quale escono ed entrano senza tanti problemi. Del resto cosa hanno da perdere? Hanno lasciato tutto quello che avevano, ammesso che qualcosa avevano. E in cambio dei soldi, che hanno dovuto pagare per attraversare un mare che li ha lasciati vivi per miracolo, gli hanno promesso di tutto. Anche il paradiso che però è diverso dal nostro.
E lo dice forte la figlia dei Solano, Sonia: “La colpa è dello Stato”. Ed è difficile darle torto, a dispetto delle parole di sostegno di Salvini che, magari, sono lo scopo per nuovi voti e per nuove croci, ma di quelle che si mettono sulle schede elettorali.

Adesso la Merkel ha ammesso – finalmente – che l’Italia non può accettare tutti e che deve essere aiutata. Ne discuteranno, ma l’appuntamento è per il 14 settembre. Intanto Rosario Crocetta sostiene che il Cara di Mineo va chiuso, ma non sembra così facile.
Monica Adorno

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