Una preghiera miscredente per ricordare Di Martino

Elio Gimbo riscrive un testo di Antonio Tabucchi e ne fa una riflessione ironica sul ruolo del teatro e dell’attore nella società odierna con un risultato eccellente

Il dottor Di Martino è desiderato al telefonoCatania – Inizia con un silenzio estenuante e infinito l’ultimo lavoro di Elio Gimbo “Il dottor Di Martino è desiderato al telefono”. Uno spettacolo che cammina sopra un filo indeciso se buttarsi a destra per votarsi al dramma oppure a sinistra per diventare commedia. E così, nell’incertezza, li abbraccia entrambi per i sessanta minuti di scena e tocca cuore e mente di chi assiste, sì in silenzio, ma perché pubblico.
Quel silenzio ha il volto di Daniele Scalia e le sue piccole smorfie con la bocca sono l’unica cosa che si muove su uno sfondo total white durante quei cinque minuti che sembrano sei, sette, otto anche dieci. Poi, finalmente, un cenno che squarcia l’attenzione e anche i colori entrano in scena in un fantastico caleidoscopio clownesco che fa pendant con quel quarto di luna arancione che scende dal cielo a destra. Il trio che recita per quell’unico spettatore è composto da Sabrina Tellico, Cinzia Caminiti e Salvatore Pappalardo. E anche loro sono un miscuglio un po’ strano composto da un musicista cieco, una cantante muta e un attore-attrice “il cui destino è vivo solo in un copione” canterà poco dopo la Tellico. Questo è ciò che salta all’occhio guardando di fretta la scena che nasconde e regala dettagli interessanti e particolari a occhi che hanno la pazienza di attaccarsi ai dettagli e rimanerne intrappolato: nei ritagli di stoffa o nelle trecce che si ripetono nei tre costumi di scena. O ancora negli strati di una gonna che potrebbe ricordare un mandala.

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Sembra davvero uno spettacolo per una casa di pazzi eppure le canzoni di Cinzia Caminiti attraggono ancora di più e lanciano in alto l’emozione che si rincorre in quella strofa d’amuri e magia… o forse no, a ricordare per bene parla di “l’amuri che voli amuri ed è poesia”.
Forse è questo che voleva dire Elio Gimbo introducendoci lo spettacolo e definendolo evocativo ma non didascalico e senza informazione. Un testo dedicato a chi fu maestro d’arte teatrale per così tanto tempo, da aver lasciato il segno in intere generazioni e persino nelle produzioni teatrali attuali. “Fu il mio maestro – spiega Gimbo nelle note di regia – e lo fu di tanti. E per questo, o forse per colmare un vuoto di memoria, l’anno scorso abbiamo deciso di intitolargli questa sala. Del testo di Tabucchi abbiamo accolto un analogo processo d’inversione; la drammaturgia non rende omaggio ad un Maestro, piuttosto riflette sull’esigenza di averne uno e sulla nostalgia di non averlo mai incontrato; penso a quanto questa nostalgia sia oggi sentimento diffuso, non soltanto fra i giovani che s’incamminano sulla strada del mestiere teatrale, ma proprio nell’intera società. Ho immaginato uno spettacolo forse “metateatrale”: un attore-attrice, una cantante muta, un musicista cieco sono i componenti di un gruppo alle prese con il loro spettacolo da svolgere all’interno di una clinica psichiatrica per un solo paziente-spettatore. È perfino ovvio immaginare le equazioni metaforiche ‘clinica-sala teatrale’ e ‘paziente-spettatori’ e tali metafore sono certamente presenti in questa nostra ultima creazione 2018: la rappresentazione del mestiere del teatro nel nostro tempo”.

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L’atto unico “Il Dottor Di Martino è desiderato al telefono”, che a nostro parere meriterebbe altre repliche anche in teatri più prestigiosi, è tratto da un racconto di Antonio Tabucchi. Drammaturgia e regia sono di Elio Gimbo ed è una nuova produzione del Centro Teatrale Fabbricateatro. In scena Sabrina Tellico, Cinzia Caminiti, Daniele Scalia e Salvatore Pappalardo, musiche originali e costumi Cinzia Caminiti, assistente di sala Nicoletta Nicotra, luci Simone Raimondo, scena Bernardo Perrone.
Monica Adorno

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