L’UE gioca la direttiva Bolkenstein sugli stabilimenti balneari, ma l’Italia dovrebbe fare come per le caldarroste

giardini mare newIn queste settimane stiamo assistendo a diverse interpretazioni di un unico testo, per noi drammatico. Mi riferisco alla così detta direttiva Bolkenstein, (direttiva 2006/123/CE), rispetto alla quale ogni Stato membro (della UE) con strutture balneari, ha ritenuto di dare la propria interpretazione, non teatrale, non dottrinale, non giudiziale, ma semplicemente letterale e di buon senso.
In particolare Spagna e Portogallo hanno proseguito per la loro strada, utilizzando la normativa interna statuale, non ritenendo che la direttiva Bolkenstein riguardasse il settore delle imprese turistiche/ balneari.
In ciò anticipando lo stesso professor Bolkenstein, che, proprio a Roma, il 18 Aprile 2018 in una intervista al Sole 24 ore, ha fornito, in qualità di autore, l’interpretazione autentica, quindi definitiva e non modificabile, della non applicabilità della normativa che porta il suo nome, alle concessioni balneari.
E allora perché tutto questo agitarsi dei nostri legislatori?
Captatio benevolentiae verso l’Unione Europea nell’approssimarsi della scadenza per la verifica del patto di stabilità?
O, peggio, desiderio di mostrarci più realisti del Re, dovendo a breve giustificare il mancato raggiungimento degli obiettivi del PNRR.
O peggio ancora, la mai sopita intolleranza ed ostilità verso tutto ciò che, se gestito da privati funziona, se in mano alla gestione pubblica fallisce?
Gli stabilimenti balneari, in un Paese come il nostro, con quasi 8.000 chilometri di coste, con il più alto numero di ore di irraggiamento solare in Europa, con una fruibilità teorica, in alcune regioni, di 8/9 mesi l’anno, fanno parte a pieno titolo di un sistema di imprese che arricchiscono l’offerta turistica nazionale.
D’altronde i numeri parlano chiaro: 300.000 lavoratori; 30.000 imprese, alcune ultracentenarie, che non a caso chiamiamo “stabilimenti” e non lidi o bagni, perché hanno caratteristiche imprenditoriali stabili e durature, non solo fanno parte della storia del nostro Paese, ma determinano una ricchezza, che deve restare in Italia e non dove saranno le sedi legali degli investitori esteri.
Gli stabilimenti balneari fanno parte della nostra storia e del nostro costume.
Proprio in forza di queste peculiarità caratterizzanti abbiamo salvato dai vari regolamenti, che disciplinano anche la lunghezza dei cetrioli, la vendita dei carciofi a fascio e quella delle caldarroste per strada; proviamoci anche con la nostra tradizione balneare, mettendo da parte principi ed ideologie che contengono, non troppo celate, invidie e prona acquiescenza verso una UE, cui, nel giusto (come nel caso in questione), basta dire NO.
Alfio Franco Vinci

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