Al Sud gli ospedali costano come resort di lusso, ma senza cortesia né efficienza. E alla fine medici e pazienti fanno check-out definitivo

L’AGENAS ha diffuso i nuovi dati sui costi di degenza negli ospedali e nelle strutture universitarie italiane. I numeri confermano un paradosso ormai evidente: mentre gli ospedali del Nord garantiscono, nella maggior parte dei casi, una qualità del servizio più alta, i costi di degenza registrati al Sud risultano spesso superiori. Un fenomeno che non trova alcuna giustificazione logica né gestionale.
Gli esempi parlano chiaro. L’ospedale Vanvitelli di Napoli supera i 1.300 euro al giorno, contro i 683 euro del Garibaldi e i 583 del Cannizzaro di Catania. A Bergamo, il Papa Giovanni XXIII — struttura pubblica di eccellenza internazionale — si ferma a 374 euro. Nel privato convenzionato, invece, le degenze spesso costano poco più di 200 euro per reparti come cardiologia, ortopedia e pneumologia. E, nonostante ciò, gli ospedali funzionano.
La contraddizione è evidente e ancora più amara se si considera un dato sociale ormai noto: molti dei medici che rendono efficienti gli ospedali del Nord parlano siciliano, calabrese o napoletano. Non esiste una “fuga” dalla sanità pubblica in sé; esiste una fuga dagli ospedali del Sud, diventati invivibili non solo per i pazienti ma anche per chi prova a lavorarci con impegno. Troppi professionisti, dopo anni di resistenza contro inerzie e muri di gomma, scelgono di andare via.
Le strade possibili, per chi vuole continuare a curare con dignità, sono tre: espatriare, trasferirsi al Nord o passare al privato convenzionato. Ma parliamo sempre di “mosche bianche”: medici e infermieri che sanno lavorare, rispettare le regole e trattare ogni persona con la dignità che merita.
Ricordo bene una riflessione che scrivevo lo scorso gennaio, mentre le aggressioni al personale sanitario riempivano le cronache. In quei giorni mi trovavo in una struttura convenzionata, quindi a tutti gli effetti una struttura “pubblica”, perché operava per conto del SSN e i pazienti pagavano solo il ticket. Nella sala d’attesa, piena ma ordinata, i pazienti aspettavano in silenzio il loro turno, guidati da un’operatrice che spiegava con precisione ogni passaggio del pre-ricovero. Tutto funzionava. Davvero.
E mi chiedevo: perché tanta differenza di comportamento — dei pazienti ma anche del personale — rispetto a un ospedale pubblico? Una possibile risposta è l’ambiente: pulito, curato, in manutenzione continua. E soprattutto controllato. Nelle strutture private convenzionate il controllo c’è ed è severo, esercitato proprio da quelle stesse strutture pubbliche che non riescono a controllare se stesse. Lupo non mangia lupo.
Nel privato il personale sa di rispondere al codice disciplinare aziendale e, se serve, alla legge. Nel pubblico, troppo spesso, dilagano lassismo, disattenzione, atteggiamenti aggressivi verso i pazienti e i loro familiari. Un clima di impunità che diventa sistema.
Alla radice di tutto questo c’è un problema mai affrontato davvero: la cattiva organizzazione del lavoro. Unita alla mancanza di disciplina e alla difficoltà — o incapacità — di guidare e correggere il personale quando ci sono “scheletri nell’armadio” che tutti conoscono. Se un dirigente medico o amministrativo non può esercitare il proprio ruolo con autorevolezza perché ha la coscienza vulnerabile, contagia negativamente tutto ciò che lo circonda. E le strutture finiscono in una spirale di inefficienza, costi gonfiati e perdita di decoro.
Per riequilibrare i conti, recuperare funzionalità e restituire dignità al servizio sanitario pubblico bisogna ripartire da qui: dalla leadership. Una leadership che non abbia paura di controllare e farsi controllare. Una leadership che sappia pretendere il rispetto delle regole e, se necessario, applicarle.
In fondo il problema resta sempre lo stesso, antico e attuale:
“Quis custodiet ipsos custodes?”
Chi controllerà davvero i controllori?
Una domanda imbarazzante, difficile, ma inevitabile, se non vogliamo continuare a tollerare una situazione che ormai rasenta lo scandalo.
Alfio Franco Vinci
