Golden Power: mentre l’Italia svende il Governo resta a guardare

Nel gran paniere della globalizzazione — che avrebbe dovuto renderci tutti più ricchi e felici, ma che in realtà ha premiato solo chi già lo era — si celavano frutti avvelenati. Molti Paesi, attratti dalla mela lucida di disneyana memoria e dimentichi di essere solo comprimari in un mercato globale, hanno abbassato le difese e calato i ponti levatoi, aspettando un miracolo economico mai arrivato.

In Italia, per proteggerci senza usare il termine “protezionismo” (che ci avrebbe etichettati come nostalgici poco graditi ai salotti buoni), abbiamo adottato prima la Golden Share e poi il Golden Power. Era il 2012 quando, con la prima normativa, il Governo ottenne il potere di opporsi all’acquisto straniero di aziende strategiche. Tuttavia, le maglie erano larghe e molti “pesci pregiati” hanno comunque cambiato padella.

Nel 2019, il Governo Conte I ha rafforzato la norma introducendo il vero e proprio Golden Power. La riforma ha ampliato il raggio d’azione a settori cruciali: idroelettrico, trasporti, energia, comunicazioni, difesa, media, aerospazio, AI e cyber-sicurezza.

Nonostante ciò, i dati sono impietosi. Secondo l’area studi di Mediobanca, le aziende medio-grandi a controllo estero rappresentavano il 29,7% del fatturato nel 2022, salendo al 34,5% nel 2024. KPMG segnala che, nel solo 2024, le operazioni di fusione o cessione verso l’estero sono state ben 429. Nomi pesanti come Iveco Group, Comau, Piaggio Aerospace, IP, la rete fissa di TIM e ITA: tutte realtà strategiche e assoggettabili ai poteri speciali.

Alla faccia del “Made in Italy”. Dal 2023 la competenza è del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ma il silenzio è assordante. Incompetenza, mancati controlli o semplice rassegnazione? Golden Power, se ci sei, batti un colpo.

Alfio Franco Vinci

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