VOLI | L’Etna fa il vulcano da millenni e la Sicilia ancora improvvisa

Etna, foto Angela Platania

Non ci crederete ma in Sicilia, in provincia di Catania c’è un vulcano attivo che si chiama Etna. È lì da millenni e da millenni fa il suo lavoro: erutta, sbuffa, emette cenere e quando è assai assai incazzato si colora di rosso-lava. Lo sapevate già? No, ma dai! Quindi sapete anche che ogni volta che sbuffa, l’aeroporto di Catania chiude: parzialmente o totalmente. Ed è giusto così, la sicurezza prima di tutto. Se un aereo rischia di avere problemi è sacrosanto che lo spazio aereo rimanga protetto a tutela dei passeggeri. Senza sì e senza ma. Ma un ma c’è ed arriva subito dopo quella chiusura. Per capire di quali numeri parliamo ne basta uno: nel solo mese di luglio da Fontanarossa sono passati 1.269.115 passeggeri. Quasi 41 mila persone al giorno, una media di oltre 1.700 l’ora. Persone che, quando lo scalo chiude, vedono cancellato il proprio volo, restano a terra o possono ritrovarsi dirottate a Palermo, Trapani, Lamezia Terme, Reggio Calabria e Comiso. Sì, ci sarebbe anche Comiso ma purtroppo spesso fa i conti con la stessa nuvola di cenere o con la scarsa predisposizione di alcuni vettori a utilizzarlo. Giusto? Sbagliato? A naso sembra sbagliato, ma se la cenere lo blocca amen. Ma se lo scalo è operativo e non viene utilizzato come alternativa, allora il discorso cambia perché l’aeroporto di Comiso e quello di Catania sono distanti un’ora e 15 minuti di auto. Un tempo molto meno drammatico delle tre ore e mezza che separano l’aeroporto di Palermo da quello di Catania e fino a quattro ore e mezza da quello di Trapani.

Ma il tempo di percorrenza dai vari aeroporti è solo un pesante dettaglio che deve essere sommato alla mancanza di certezza con cui si scontrano questi passeggeri sballottati da un aeroporto all’altro senza avere la certezza di atterrare a Catania, tornare a casa, iniziare la propria vacanza, raggiungere la famiglia, partecipare a un matrimonio o non mancare a un funerale.

Ecco perché siamo partiti presentandovi l’Etna come una rivelazione, mentre invece è il più antico residente della provincia di Catania. Eppure il suo esserci da sempre continua a cogliere la Sicilia impreparata. Ogni eruzione sembra avvenire per la prima volta e così anche i suoi effetti su trasporti, collegamenti e buon senso lasciano sbigottiti tutti, compresi quelli che dovrebbero avere già sul piatto un piano B da attuare.

Oggi la Regione Siciliana ha comunicato di aver messo in campo cento autobus e più di 5.300 posti aggiuntivi sui treni per fronteggiare i disagi. Disagi dei quali dovrebbero farsi carico innanzitutto i vettori, garantendo assistenza e riprotezione ai propri passeggeri. E se il volo finisce in un altro aeroporto, il trasferimento non può trasformarsi in una caccia al tesoro: servono navette, indicazioni chiare e qualcuno che dica al/ai passeggero/i dove andare.

Passeggeri, residenti o turisti, dovrebbero subire il ritardo di un atterraggio in un’altra città non quello di sopravvivere a un’Odissea nella quale trovare un’informazione equivale a fare sei al superenalotto. E se per caso viaggiano con bambini le cose si complicano ancora di più.

Un turista straniero non dovrebbe essere abbandonato in un aeroporto diverso da quello di destinazione a chiedersi, magari in giapponese, come attraversare mezza Sicilia. Una cittadina catanese – ma non solo lei – non dovrebbe salire in un volo Ryanair alle 20,35 programmato per le 21:05 e scoprire solo a bordo che l’aereo partirà dopo le 23 e che se vuole un po’ d’acqua deve pagare! Treeuroecinquantaperunabottiglietta! Per la cronaca: la nostra amica atterrerà a Palermo e arriverà a casa alle 5 del mattino. E rientra tra le fortunate perché in questo caso Ryanair il trasferimento verso Catania lo ha organizzato. Ma è sempre così per ogni volo? La stessa Regione dice di no. Nello stesso comunicato la Regione Siciliana scrive che il sistema pubblico è dovuto intervenire anche perché «alcuni vettori non hanno provveduto direttamente a garantire il trasporto dei propri passeggeri fino alla destinazione finale». Ciò che non dice è:

Quali vettori?

Per quanti voli?

Per quanti passeggeri?

E allora nasce un’altra domanda: se a supplire è la Regione, utilizzando autobus, treni e quindi risorse pubbliche, chi sostiene alla fine il costo di ciò che avrebbe dovuto garantire il vettore?

ENAC aveva già ricordato durante l’emergenza di agosto che la responsabilità di informare e riproteggere i passeggeri resta in capo ai vettori. E allora nasce un’altra domanda: se a supplire è la Regione, utilizzando autobus, treni e quindi risorse pubbliche, chi sostiene alla fine il costo dell’inadempienza del vettore?

Non sono domande teoriche. L’Etna non sbuffa una volta ogni cinquant’anni. E i numeri con cui bisogna fare i conti sono enormi. Catania non è un piccolo scalo regionale: con 12.369.485 passeggeri nel 2025 è il quinto aeroporto italiano per traffico passeggeri, dietro Fiumicino, Malpensa, Bergamo e Napoli. Cento pullman sembrano tanti. Ma rispetto a quanti passeggeri? Per quali aeroporti, in quali orari e con quale frequenza? Ci vogliono 3 ore e mezza da Punta Raisi a Fontanarossa e da questo punto di vista la A19 è una certezza. Un’assurda certezza, ma tant’è.

La Sicilia però non è l’unico posto al mondo in cui un aeroporto fa i conti con un vulcano.

All’inizio di settembre l’eruzione dell’Anak Krakatau ha provocato in Indonesia la chiusura di otto aeroporti e coinvolto centinaia di migliaia di passeggeri. Nessuno ha preteso che gli aerei volassero dentro una nube vulcanica. Ma nella risposta predisposta dal governo sono entrati aeroporti alternativi, scali operativi 24 ore su 24, maggiore capacità dei voli e trasporto terrestre gratuito da e verso gli aeroporti alternativi attraverso autobus e ferrovie.

Questo non vuol dire che l’Indonesia sia la Svizzera dei trasporti, ma solo che, se è possibile copiare da qualcuno che si è ritrovato in una situazione simile, allora facciamolo. E adeguiamo la copia alla nostra realtà: un viaggio con 300 passeggeri non finisce dove il vulcano costringe l’aereo ad atterrare.

È il principio che dovrebbe diventare strutturale anche in Sicilia.

E c’è un’altra coincidenza che SAC avrebbe probabilmente evitato volentieri. Proprio in questi giorni dieci operatori italiani e internazionali stanno visitando gli aeroporti di Catania e Comiso: sono i soggetti ammessi alla seconda fase della procedura per la cessione della maggioranza della società. Le offerte non vincolanti sono attese entro il 12 novembre.

Che l’Etna esista lo sapevano già. Quello che stanno vedendo in questi giorni è come la Sicilia gestisce il fatto che esista. Non esattamente un dettaglio per chi deve decidere se investire.

Non sappiamo quando l’Etna tornerà a eruttare. Non sappiamo quanto durerà l’eruzione, quanta cenere produrrà e dove la porterà il vento.

Ma una cosa la sappiamo. L’Etna tornerà a fare il vulcano. Sbufferà e tuonerà.

La domanda è: quando accadrà, la Sicilia resterà ancora una volta con il naso all’insù, imbambolata come se fosse la prima volta?

Anche no!

Monica Adorno