Militello, un gioiello barocco che festeggia con gioia i “bastarduni” – GALLERY

Bastarduni

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In queste settimane impazza la febbre dei fichi d’India e sono tanti i comuni in Sicilia che lo festeggiano dedicandogli sagre e feste. Uno di questi è Militello, già inserito per il suo splendido barocco tra i luoghi tutelati dall’Unesco, che fino a domani (domenica 19 ottobre) ospita la sagra del Fico d’india e della mostarda.

Un percorso suggestivo e profumato che celebra le papille gustative grazie agli assaggi che i vari stand propongono ai passanti: dalla mostarda, alla cotognata ai fichi d’india dolcissimi e succosi nati in questa terra che, dopo secoli passati dalle colate laviche che l’hanno sommersa, conservano i minerali giusti per esaltarne il sapore.

Approfittando dell’ospitalità di una coppia di amici che da poco hanno aperto un albergo diffuso (una versione più ampia del B&B che non deve allargarsi dai troppo dai confini del centro storico) abbiamo passeggiato e ammirato questa cittadina sotto il sole cocente e i riflettori della luna scoprendo piccoli scorci e storie di un tempo che fu che meritano di essere conservate.

La più bella di queste storie riguarda la Chiesa Santa Maria della Catena. Un nome che nome non è, e che serve solo a riconoscerla tra le mille di Militello. Costruita nel 1500 è la prima in Sicilia che è stata dedicata alle Sante Donne siciliane. Ce n’è una seconda, ma è di settant’anni dopo ed è stata costruita a Palermo. Santa Maria della Catena è piccola, raccolta e sfoggia un bianco abbagliante in ogni sua edicola. Anche se un tempo è stato il color oro il vero protagonista dei suoi interni, ma fino all’arrivo della peste e alla credenza (corretta del resto) che l’unico modo per disinfettare tutto fosse quello di coprire ogni cosa con la calce. E così fecero. Anche per salvaguardare i vivi dal rischio pressante della malattia, visto che all’interno della cripta nascosta sotto il pavimento venivano seppelliti i morti di peste.

La chiesa ha decori e fregi classici e due simpatiche particolarità: i melograni che simboleggiano la fonte della ricchezza e dell’abbondanza e che ben si sposano con l’immagine femminile. E le mele cotogne che hanno (o meglio avevano) invece un sapore polemico oltre che unico. Chi finanziò la costruzione della chiesa, infatti, contribuì al cambio il detto del tempo e per dichiarare di voler far morire d’invidia qualcuno da allora si disse “ti fazzu ncutugnari”, dalle mele cotogne appunto.

Il soffitto a cassettoni con i disegni arabeggianti, già restaurato, è rimasto in piedi anche dopo il terremoto del 1693.

Un’altra caratteristica curiosa di questa chiesa è che essendo di una confraternita ripropone la doppia porta d’ingresso: a sinistra quella dedicata ai vivi, a destra quella dedicata ai morti. Niente di strano quindi che quelle di sinistra risultano – così come in ogni chiesa di confraternita – le più usurate.

E ora godetevi la galleria fotografica, potreste anche riconoscervi…

Monica Adorno

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